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Fraintendimenti sulla Croce

Pubblichiamo due interventi di Don Agostino Gasperoni sull'equazione croce=sofferenza che viene in maniera superficiale fatta anche oggi. Si tratta di uno stralcio di un discorso più ampio che riguardava l'interpretazione corretta e fedele dei testi biblici e portando come esempio proprio il fraintedimento sul concetto di croce personale.

La Croce tratto dal Vangelo di Marco

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La croce = sofferenza o malattia capitata

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Stralcio sui fraintendimenti della croce come sofferenza personale (Audio Don Agostino non rivisto dall'autore)

Un attualizzazione di quella frase () che spiega la croce con uguaglianza, un equazione croce=sofferenza e quando dico sofferenza dico sofferenza non scelta e dunque sofferenza capitata e perciò per definizione non scelta, quando sento fare una predicazione  di questo genere di quel detto chiaramente qui c’è un equivoco colossale  perché si confonde, si manipola, si modifica il senso della proposta di vita di Gesù che è l’accettazione volontaria della rinuncia al proprio egocentrismo non alla propria dignità non al significato di ”io” che ha questa parola in psicologia. Un altro grande fraintenditore del cristianesimo non a caso è stato Freud perché su un altro versante filosofico ma quello neuropsichiatrico ha frainteso la rinuncia al proprio protagonismo alla affermazione di se al proprio egocentrismo con la rinuncia alla propria dignità personale al proprio io intendendo per io l’umiliazione della persona, ora questi fraintendimenti non possono no derivare se non da fraintendimenti della predicazione contemporanea. Analogamente Marx ha scritto nel Capitale quella famosa frase che “la religione è oppio per i poveri” oppio vuol dire droga come ha potuto fare un fraintendimento di questo genere se non sulla base di un fraintendimento nell’attualizzazione dell’altra frase di Gesù “beati voi poveri” lui che ha speso la vita come difensore dei diritti dei poveri intendendo per poveri gli oppressi dal capitalismo nascente come poteva non combattere un simile modo di spiegare la beatitudine di Gesù e perciò ha scritto che quello era oppio per i poveri. Ma purtroppo il fraintendimento dei detti di Gesù non è possibile che non avvenga se noi non abbiamo fatto invece l’operazione della comprensione corretta cioè della interpretazione  (la lettura corretta di un testo) .

Ora se io scambio la croce della predicazione di Gesù con qualunque sofferenza che nella vita possa capitare io scambio i fischi con i fiaschi perché il significato della croce lì si riferisce alla morte volontariamente scelta con tutto il suo corredo di sofferenza drammatica e atroce da Gesù di Nazareth per uno scopo che era la coerenza fino infondo, più radicale, più estrema al suo insegnamento.

E sei io intendo che il tumore, tanto per fare un esempio molto comprensibile, è seguire la via della croce io frego, baro, perché il tumore non è un tipo di morte liberamente scelta ammesso che sia una malattia terminale e che si risolva in una malattia terminale come spesso avviene. Quella non è una morte scelta, quel tipo di sofferenza lì non è una sofferenza che io ho scelto allora perché possa trasformarsi da qualcosa che mi è capitato e quindi mi viene imposto in qualcosa che io scelgo bisogna che avvenga una trasformazione della mia persona, una trasformazione, un capovolgimento radicale, una di quelle cose che nessun uomo mai potrà operare da se.

 Può capitare che anche una morte o una sofferenza imposta diventi scelta e scelta per amore e solo per amore a condizione che però la situazione personale, l’intimità più inaccessibile della persona venga toccata, raggiunta, illuminata, conquistata da Gesù, dal suo modo di morire dal suo modo di vivere dalla sua proposta di vita. Se avviene un capovolgimento di questo genere per cui qualcosa di imposto diventa qualcosa di scelto allora siamo nella sequela di Gesù. Ma a condizione che avvenga una specie di miracolo, perché miracolo, come diciamo noi per usare la parola che abbiamo detto e ridetto che invece non si trova nei testi biblici, si dice che il miracolo sarebbe la guarigione, perché una malattia terminale che di per se è identificata e diagnosticata come terminale non è più terminale anzi è il contrario e noi questo siccome avviene il contrario di quello che ci si aspetterebbe di quello che è la logica della causa-effetto noi lo chiamiamo miracolo nel senso nostro della parola che vuol dire cambiamento delle leggi della natura o della fisica, ma se avviene che una persona una cosa che gli è capitata che gli è stata imposta riesce a viverla come una scelta, come un’offerta di se, liberamente scelta cioè trasformata da questa trasformazione, non è una trasformazione minore di quell’altra che noi chiamiamo miracolo oserei dire che è una trasformazione maggiore di quell’altra , perché questa implica una trasformazione della volontà, della libertà, di ciò che di più intoccabile, immodificabile e  inaccessibile  esiste nella persona umana. Cambiare il corso di cellule neoplasiche o staminali (nel senso negativo del termine cioè impazzite), cambiare il percorso biologico di cellule di questo genere  visto che è possibile anche alla medicina solo quando non è possibile alla medicina e avviene lo stesso noi lo chiamiamo qualcosa fuori dell’ordinario, di straordinario e quindi miracolo (identificando il miracolo come straordinario), ma modificare la libertà, la coscienza, la volontà, l’intimità più inaccessibile e intoccabile e immodificabile della persona umana questo è ben più che invertire il percorso di un certo numero di cellule impazzite. Mi spiego? Allora l’attualizzazione di quella frase nel senso della sofferenza che non è come quella di Gesù una sofferenza liberamente scelta è ambiguo e pericoloso perché presuppone, dare per scontato, che quella trasformazione che abbiamo chiamata più grande di un miracolo possa avvenire basta che lo volgiamo il che è impossibile e falso. Quindi andare così tranquilli a dire che il tumore di una persona è la sua croce è pericolosissimo, terribilmente ambiguo e può essere accusato dell’accusa lanciata da Nietzsche alla predicazione dei suoi tempi. Bisogna stare molto attenzione quando si fa l’attualizzazione di una frase come quella perché è una frase che scotta, brucia le mani o la lingua di chi la usa, precisamente perché è la proposta di vita più paradossale e più sovrumana, chiamiamola così, che possa esistere.

Ora una cosa del genere non la si può dare per scontata. Mentre nel caso del martirio per motivi di fede si verifica ne più ne meno che la situazione stessa di Gesù nel caso della malattia o della sofferenza o di qualunque altro tipo di disagio che possa capitare ad una persona, siccome si tratta di una cosa completamente diversa, perché possa diventare una sequela di Gesù o della proposta di vita di Gesù bisogna che quella persona sia radicalmente trasformata cioè convertita. La conversione non è una cosa che va da se e non è una cosa che basta volerla perché avvenga e quindi dare per scontato che croce = qualunque sofferenza questa è un’equazione sbagliata non solo sbagliata nel senso perché non traduce e non capisce il senso e quindi non può che attualizzarlo male ma pericolosa perché attualizzando male cioè fraintendendo distorcendo si può ottenere esattamente l’effetto rigetto altro che l’effetto discepolato.

Qualche volta per giustificare una simile predicazione fatta così tranquillamente, data per scontata, senza nessuna precisazione o puntualizzazione, così come se filasse liscia come l’olio si arriva a dire, a identificare la sequela di Gesù con la rassegnazione. “Bisogna rassegnarsi” ma rassegnarsi non è accettare è subire e quando voi andate a dire alle persone che bisogna rassegnarsi come se gli steste dicendo la parola di Gesù le persone più intelligenti o più sfacciate cioè che non hanno paura di replicare vi potrebbero dire “a per forza” questo l’ho sentito dire con le mie orecchie Dio sa solo quante volte. Ma “per forza” voi capite bene è il contrario di “per amore”. Anche nel nostro linguaggio si dice “per amore o per forza” come due cose out out cioè che sono l’una diversa dall’altra. Dopo però quando si è imboccata la strada storta per poterla portare avanti in nome di Dio poi si fanno delle sviste, degli scivoloni degli scarabocchi di questo genere, si arriva ad indentificare la rassegnazione con l’accettazione. Ma la rassegnazione è il contrario dell’accettazione, intendendo per accettazione la attivazione della libertà,  la rassegnazione è il contrario della attivazione della libertà è subire. Capite dove si va finire. Ora se non si ha quella che abbiamo chiamato l’alfabetizzazione minimale del cristianesimo e della comprensione del testo sacro non si può che finire in simili sgorbi, per questo è uno sgorbio, uno scarabocchio.

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